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Anijroken
Ehlalab è un piccolo villaggio felupe non lontano dal confine col Senegal:  un’isola contornata da fiumi con un ponticello di rami di mangrovia intrecciati  che ne facilita l’accesso. La notte di Pasqua 1990 Ehlalab è rinata nello  Spirito: per la prima volta da quando il sole illumina il mondo il battesimo di  Gesù Cristo è stato impartito ad alcuni dei suoi abitanti, per l’esattezza sei  famiglie pullulanti di bambini. Ma c’è un dettaglio che balza agli occhi: I  catechisti che hanno aiutato la nascita di questa nuova comunità e I padrini e  le madrine che accompagnano I catecumeni al fonte battesimale provengono  dalla vicina Ejin, dove esiste già da anni una solida comunità cristiana.   Cosa c’è di strano in questo? C’è che Ehlalab e Ejin sono villaggi nemici,  separati da una secolare ostilità nonostante la comune appartenenza alla  famiglia felupe. Quelli di Ehlalab e di Katon se le sono sempre date di santa  ragione con quelli di Ejin e di Jihunkl. E le cose non sono cambiate di molto  nemmeno ai tempi della guerra anticoloniale contro I Portoghesi. Poi sono  arrivati I missionari a portare la buona novella di Gesù ed è successo  qualcosa che non era mai successo prima: le comunità dei primi villaggi che sono entrati  nel cammino cristiano hanno cominciato a mandare “missionari” nelle località dove la  Chiesa muoveva I primi passi. Dappertutto si sono trovati catechisti disposti a prendersi  cura di comunità neonate in villaggi diversi dal loro. Ma questo non è avvenuto senza  resistenze.  L’”apostolo” di Ehlalab si chiama Antonio e viene proprio da Ejin. Ha cominciato a  prendersi cura delle pecorelle di laggiù nel 1978. Quando I cristiani (catecumeni) di Jihunk  l’hanno saputo, hanno fatto le loro rimostranze: “Non può essere – hanno cominciato a  dire in giro – che uno di Ejin, villaggio nostro alleato, vada ad aiutare gente di Ehlalab, che  da sempre sono nostri nemici”.  Venutolo a sapere, Antonio di Ejin è sceso a Jihunk e ha domandato ragione delle accuse che gli venivano rivolte. I cristiani del posto hanno  ripetuto il loro rimprovero: “Ma come, tu vai a portare questo messaggio di gioia ai nostri nemici? Non sia mai!”. Antonio, ispirato dallo Spirito  Santo, ha replicato con gli argomenti del profeta: “Voi sapete che tra noi di Ejin e quelli di Katon non corre buon sangue, come tra voi e quelli  di Katon. I nostri padri, ancora viventi fra noi, hanno fatto guerre feroci. Lo avete sentito raccontare dai vostri padri? Sì? Ebbene, Antonio di  Katon è venuto molte volte a Ejin a portarci la Parola di Dio! Se lui che è di Katon è venuto a Ejin, non dovevo io andare a Ehlalab? Non  sapete che nel cammino di Dio non ci sono più nemici? Che Cristo, nel suo sangue, ha abbattuto il muro dell’inimicizia?”.  Sono passati gli anni, e anche I fratelli di Jihunk hanno fatto parecchia strada, fino ad accettare, loro, che un catecumeno di Ehlalab vada a  spiegare il catechismo nel loro villaggio. Le parti si sono invertite.  Quel giorno di Pasqua del 1990 in cui I primi di Ehlalab ricevevano il Battesimo, raccontavo queste cose nella Messa celebrata a Ejin, presenti  I neofiti e I loro padrini. Ad un certo punto Anjiroken, l’anziana mamma di Antonio, si alza dal suo scranno, viene verso di me, contenta,  trasfigurata, col piglio della profetessa. Avanza, appoggiata al suo bastone, dondolandosi ritmicamente e si rivolge a me chiamandomi col mio  soprannome felupe: “Apinda, Apinda”. Viene all’altare, mi stringe la mano e si volge all’assemblea: “Io sono vecchia, sono vecchia e ho visto  cose che voi ormai non vedrete più! Io so cosa significa non uscire dal proprio villaggio per paura che ti facciano fuori! Io nemmeno sapevo  com’era fatto il villaggio di Ehlalab, eravamo nemici! Avevamo paura di andare oltre Jihunk, a Eossor, perchè si poteva non tornarne più!”.   Poche panchine più in là la sua comare, Ñaurerenoral, la sessantina già passata, battezzata di fresco la notte di Pasqua con il gruppo di  Ehlalab, annuisce con la testa, gli occhi lucenti di commozione.   Anjiroken prosegue: “Ma ora sono contenta, sono contenta, contenta che prima di morire il Signore mi ha fatto vedere che siamo fratelli e  sorelle di tutti, che in ogni villaggio in cui andiamo non abbiamo nulla da temere, perchè sempre troviamo fratelli e sorelle. Andiamo in giro con  I nostri bambini, venite qui con I vostri bambini e non c’è più nulla da temere! Sono contenta, sono contenta, posso morire ora!”. Mi afferra di  nuovo la mano, la stringe forte e conclude: “Figli miei, non rovinate questo cammino che è di Gesù, è quello vero ed è così bello!”.  Inutile che vi dica che ero commosso… Ma non ero il solo ad avere gli occhi lucidi…   Ho concluso con un Amen, non avevo niente da aggiungere: era la vera Pasqua!  E in cuor mio benedivo il Padre che nasconde queste cose  ai sapienti e le rivela ai piccoli.  
Patrice Patrice Bunire Bunire Suor Maria Suor Maria Ana Assimatoru Ana Assimatoru Basikuai Basikuai Maddalena Maddalena Anijroken Anijroken PitrikÚ PitrikÚ Ambona Ambona Kutujenio Kutujenio